L'IMPORTANZA di ESSERE – Codice Otto

Homo sum, humani nihil a me alienum puto. Un viaggio nell’essere umano, dal corpo alla mente, dalla fantasia alla realtà, attraverso considerazioni e riflessioni di vita vissuta, osservazioni di sè e del mondo circostante secondo il credo ”l’occhio vede ciò che la mente conosce”.

L’importanza di fugère

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“Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela. La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio. E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme. Rive sconosciute che saranno per sempre ignorate da coloro che hanno l’illusoria fortuna di poter seguire la rotta dei carghi e delle petroliere, la rotta senza imprevisti imposta dalle compagnie di navigazione”   – Elogio della fuga –  Henri Laborit

Ci sono diversi modi di fuggire. Le droghe, le psicosi, il suicidio, la navigazione solitaria, il potere. Forse c’è un altro modo ancora: fuggire in un altro mondo, quello dell’immaginazione. Fuggire da se stessi rifugiandosi in se stessi, in un’immensa altra dimensione dove il rischio di essere inseguiti è nullo.

Ognuno è la propria storia, un tratto di matita, un chiaroscuro su tela dove le luci traggono origine dalle ombre, fino a coprirle come se mai fossero esistite. Un profondo senso di non appartenenza e quasi di esclusione, il disagio della sottile inquietudine di non sentirsi, fino in fondo, parte dei cuori altrui, quegli stessi cuori da cui si sceglie illusoriamente di staccarsi per non doverne sentire la mancanza. Una vita spesa in parte senza saperlo a esaudire inconsce ambizioni e aspettative di altri quasi a doversi meritare un diritto.  Dover solo ringraziare di essere vivi, con un grido soffocato in gola ma vivi. E chissenefrega di quello che si spacca dentro.

E allora s’impara a ubriacarsi d’inutilità, sul palcoscenico dell’insussistenza dove poter soffocare le emozioni, dove poter suicidare la propria anima con stile fino a morirne davvero tra un niente e l’altro, dove tutti ostentano ed esibiscono lo stereotipo di un sé assente, come maschere senza volto.  E allora s’impara che la famiglia è quello che resta delle macerie altrui, che i principi azzurri sono per le principesse e viceversa, s’impara che il cervello è il miglior surrogato del visibile, la follia solipsistica del proprio ritiro, s’impara a nascondere la vulnerabilità dietro alle corazze. Poi la solitudine davanti allo specchio quando ci si accorge di aver dimenticato se stessi, della realtà ricca di profondi silenzi densi di significati, di emozioni che lacerano la mente e spaccano il cuore, di parole soffocate nel pensiero per non turbare, di fantasie meravigliose in cui ritrovarsi, d’immaginazione in cui rifugiarsi, di luci colorate per non far vedere l’ombra.

La vita continua a rimbombare dentro, tamtam incessante e incalzante che toglie il fiato e che mette immense ali ai piedi, una voglia irrefrenabile di fuggire. Come si fa a fuggire? Si fa in silenzio, rispettando il silenzio, in punta di piedi per non disturbare. Ciò che conta è il balzo, e l’eccitazione che genera allorché scendiamo in caduta libera nella mente vuota, ciò che ci attende dall’altra parte.

Ci sono degli azzurri che sono più azzurri degli altri, che delineano un contrasto più netto col contorno, che si fondono in modo unico con l’orrizzonte, azzurri capaci di rapirti lo sguardo e di farti sprofondare in un viaggio della fantasia che ti toglie il respiro. Come certi verdi, quelli dell’erba appena tagliata sulle colline, quelli che si confondono col rosso dei papaveri come in una tela di Van Gogh, verdi che sanno di beatitudine, che ti parlano di pane appena sfornato, di lucciole tra i cespugli, di corse incontro al vento, di risate fresche di rugiada.

Nel corso della vita tutto quello che gli occhi hanno guardato e visto è stato conservato nella mente per essere, poi, gustato e assaporato col tempo della maturità, in un viaggio della memoria a ritroso per rivivere col cuore quello che allora scorreva troppo in fretta. Ed è di una bellezza sconfinata ripercorrere tutti i colori delle stagioni, tutti i colori della vita che pulsa, linee e curve che danno i contorni al prodigio delle immagini. Vivere immersi nel proprio tempo e un po’ fuori tempo, introiettare emozioni indicibili dello sguardo, del tatto, dell’olfatto, del gusto, da vivere con calma al tempo giusto, quando si è pronti. Ecco che, allora, la natura scivola dentro come parte inscindibile di se stessi, unisce alle sensazioni che catturano dall’esterno in un lento, dolce, leggero, fluire di rinnovata energia.

Ci si ritrova d’incanto a vivere in una terra battuta dal vento di scirocco, dove tutto è calma, dove tutto scorre lento, dove i suoni della vita arrivano ovattati. Il calore del sole penetra nella pelle, scalda dentro fino all’anima, l’aria è una carezza sensuale che si alterna alla brezza del mare, il verde riarso si mischia al verde brillante di limoni e aranci, profumi intensi di gelsomini e gardenie, rossi sfacciati di buganvillee e ibiscus, e poi le palme…..Dio, che belle le palme!, maestose, rigogliose, immense, parlano di mondi lontani, di sogni proibiti, di suoni tribali, di riti ancestrali. Eccolo il piccolo mondo segreto fatto di forme e colori, di profumi intensi rubati al vento, sensazioni di vita che riempiono la vita, che parlano al corpo e ai sensi. E ci si dimentica di tutto il resto…….. Una sorta di privata, languida, follia. Un mondo tutto proprio al riparo dall’intensità di se stessi.

 

Autore: CodiceOtto

Homo sum, humani nihil a me alienum puto.

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